Addio olio di palma!

Ogni volta che si parla di olio di palma, il dibattito pubblico su questa diffusissima materia prima si spacca in due parti: da una parte i detrattori, coloro che, oltre a sottolinearne la nocività per l’ambiente, pongono l’accento sulle conseguenze sulla salute, dall’altra i sostenitori, quelli che dicono che non fa male alla salute e che le aziende serie utilizzano soltanto olio di palma da piantagioni certificate.

Anche se in scala ridotta, sembra di assistere alla stessa contrapposizione che vede i sostenitori dei cambiamenti climatici da una parte e i negazionisti dall’altra. Sostituite l’olio di palma con il petrolio: in entrambi i casi il movente dei negazionisti è il margine di guadagno che le due risorse garantiscono alle aziende che coltivano ed estraggono. Quello dell’olio di palma è un business enorme che fa piazza pulita della concorrenza potendo contare su un ingrediente a buon mercato che riduce i prezzi del 40-50% rispetto a chi utilizza olio o burro. La sfida sul prezzo fra chi lo utilizza e chi non lo utilizza è improponibile, ma dall’inizio di quest’anno, da quando cioè l’Unione Europea ha reso obbligatoria la dicitura “olio di palma” invece del più generico “olii vegetali”, si è potuta aprire una nuova sfida che privilegia salubrità ed etica al prezzo.

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